Planimetrie Chiaroscurali

Stereografie

La testa forma assoluta

Non lo sguardo che vede
o lo sguardo che “guarda”
ma lo sguardo che tocca.

Questa ricerca artistica è interessata alla rappresentazione  tridimensionale e prospettica della forma. Essa si basa sul principio  percettivo,  sinestetico e corporeo, dello “sguardo aptico”;  argomento trattato nella lezione magistrale:

L’OCCHIO CHE ACCAREZZA: PIGMALIONE E L’ESPERIENZA  ESTETICA
Herman Parret

…”Che ne è allora dello sguardo dell’uomo amante dell’arte, dell’uomo che contempla o che prova entusiasmo davanti all’opera d’arte? Mi sembra che a questo proposito debbano essere distinti tre tipi di sguardo: lo sguardo che vede, lo sguardo che guarda (in senso stretto), lo sguardo che tocca. Lo sguardo che genera il sentimento estetico è, di conseguenza, o propriamente un “vedere” o propriamente un “guardare” (in senso stretto), o propriamente un “toccare”.
Si è spesso affermato che l’intera cultura occidentale e tutta la sua storia dell’arte è governata dal paradigma ottico.  All’interno di questo paradigma dominante si pone una delimitazione netta tra i cinque sensi e il loro funzionamento specifico, e la visione in questo contesto si colloca al vertice della gerarchia sensoriale.
Così la psicologia di Descartes incarna in modo esemplare il programma occidentale classico visualista e ottico. In effetti, Descartes sostiene il disinnesto integrale della vista dalle altre modalità sensoriali, l’udito, il tatto, il gusto… La vista è totalmente autonoma e indipendente dagli altri sensi a causa dell’ancoraggio nella sua base fisico-fisiologica: il soggetto “vede” nel momento in cui il nervo oculare viene stimolato dalla rapidità delle particelle luminose e nient’altro. E tuttavia, una domanda ossessiva e inquietante mette in questione, nel corso della intera storia della psicologia filosofica, soprattutto nel secolo dei Lumi, questo primato e questa autonomia della vista.

Diderot, nella lettera sui ciechi, si chiede in cosa consista l’universo dell’’esperienza del cieco.
Il cieco “vede”? Quando c’è assenza di vista, in che modo il soggetto si inserisce nella realtà? (Ill.1) L’Attouchement (1768) di Jusepe de Ribera esibisce in modo esemplare questo interrogativo: il cieco palpa una testa scolpita ed è così che esercita la sua competenza estetica. D’altra parte gli psicologi di quell’epoca sostenevano che il cieco ha un’esperienza dell’artistico più intensa rispetto al vedente, che il tatto, più della vista ci mette in contatto con l’essenza del reale, perfino dell’universo artistico. E’ proprio questo genere di domanda che detronizza il primato e l’autonomia della vista, …”( p.2)

(Ill.4) Non lo sguardo che vede o lo sguardo che “guarda” ma lo sguardo che tocca…”…“ Si tratta di capire come l’esperienza estetica possa essere determinata come una esperienza del tatto. Cosi l’onnipotenza della vista (visione), in quanto punto di giunzione della nostra sensibilità al mondo, ne viene messa in questione.”…(p.4)

…”La fenomenologia del tatto comporta una autentica apologia della mano e delle sue tracce durature, profonde. Merleau-Ponty, nell’ Occhio e lo spirito, non manca di constatare che nella pittura, “l’occhio è ciò che è stato scosso da un certo impatto con il mondo. (L’occhio) lo restituisce al visibile attraverso le tracce della mano”(L’occhio e lo spirito, p.26 Merleau- Ponty)”- (p.5)

Dal libro: “IL SEGNO DEL CORPO” - Saggio su D’Annunzio – Niva Lorenzini, Bulzoni Editore

“Conoscere, per un artista dai sensi acuiti, non può essere del resto che un sentire, un rapportarsi intuitivo all’oggetto: e il sentire è poi un possedere col corpo, assorbendo la cosa o dilatandosi in essa.” (p.88)